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I ritratti dei giovani di gaza, Luca MiuliESPOSIZIONI\EXHIBITIONS
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LEONBATTISTA SCACCHETTI E I RITRATTI DEI GIOVANI DI GAZA: «LA VITA VA AVANTI ANCHE IN MEZZO ALLA TRAGEDIA»  Luca Miuli, Vogue Italia, 5 settembre 2023
Life and Dreams of Youth in Gaza Strip racconta drammi e leggerezza di un luogo pieno di contraddizioniLife and Dreams of Youth in Gaza Strip di Leonbattista Scacchetti è un progetto fotografico che cerca leggerezza e umanità in una striscia di terra dilaniata da una guerra senza fine.
Leonbattista Scacchetti è un giovane fotografo, classe 1996, nato e cresciuto a Milano. Da sempre animato da una forte attitudine al viaggio, dopo il liceo ha sentito la necessità di cercare sé stesso. Per questo motivo si è rivolto verso il mare, imbarcandosi alla volta del Mediterraneo in qualità di skipper a bordo di diverse barche a vela, salvo poi realizzare una forte necessità di uno sfogo creativo. Una volta tornato a Milano, ha ritrovato una vecchia macchina fotografica. Eccolo quindi lo strumento espressivo per ritrovarsi, una scusa per mettersi a dialogare con la realtà tutta intorno in maniera del tutto inedita, a partire dai luoghi più disparati e contraddittori, come l'Ucraina o la Palestina. L'abbiamo incontrato per farci raccontare meglio il suo orizzonte artistico:
Come hai iniziato a lavorare con la fotografia?
In realtà l'ho usata in un primo momento per documentare la mia quotidianità durante gli ultimi anni del liceo. Per me era un mezzo per raccontare quello che facevo, per raccontare le avventure che vivevo con i miei amici, era un rituale che avveniva con estrema naturalezza, senza quasi esserne cosciente. All’epoca non ero affatto consapevole delle potenzialità espressive del mezzo e francamente poco mi interessava. Dopo la mia esperienza da skipper, mi sono riavvicinato alla fotografia e a quel punto ho cominciato ad appassionarmici per davvero. Devo dire che in un primo momento i social network sono stati molto utili, in particolare Instagram mi ha permesso di costruirmi una cultura visiva di un certo tipo, in special modo legata al linguaggio documentario e dei reportage.

Che cosa ti ispira?
Le questioni siano sostanzialmente due: da una parte l’aspetto sensoriale. Ancora adesso mi piace un certo tipo di linguaggio figurativo in cui sono in grado di trovare una forma di poesia al suo interno. In un un certo senso è come se ricercassi una forma di leggerezza… un senso di essere innamorati. Dall’altra parte c’è il legame con la storia e le comunità; sono molto interessato e traggo ispirazione dalle interazioni sociali.

Che cosa è successo da quando hai deciso di andare a Gaza a quando poi hai preso effettivamente l’aereo?
È passato pochissimo tempo, direi! Si è trattato di una successione di eventi, in qualche modo uno ha chiamato l’altro. Non appena c’è stata l’invasione russa in Ucraina sono partito con l’intento di documentarne la situazione al confine. Ho poi avuto il piacere di rincontrare una vecchia amica, Meri Calvelli, attivista per i diritti umani che lavora per conto della ong ACS Italia in Palestina, a Gaza per l’appunto. Dopo il nostro incontro, che per me è stato fondamentale, ho deciso di fare le valigie e partire. Il 1° maggio sono tornato in Italia dall’Ucraina e l’8 giugno ero già in volo per la Palestina.

Era la tua prima volta?
No, in realtà in Palestina c'ero già stato per ben due volte, due anni prima. Avevo preso parte alla realizzazione di un film documentario per questa carovana umanitaria che si chiama Gaza Freestyle Festival. Gli organizzatori avevano messo su diverse attività per i ragazzi all’interno della Striscia di Gaza, come ad esempio uno skate park e anche tutta una serie di interessanti tavole rotonde. All’epoca però non nutrivo ancora il desiderio di realizzarne un progetto fotografico. Discorso completamente diverso per quanto riguarda il mio ultimo viaggio: stavolta ci sono andato con l’intenzione di realizzare una serie fotografica, mosso dalla più genuina volontà di tornare in un posto dove ero già stato e dove avevo stabilito dei legami molto forti con la popolazione locale.

Proprio qui che nasce Life and Dreams of Youth in Gaza Strip…
Esatto. Durante il mio ultimo viaggio ho sentito un profondo legame con le persone del posto, in particolare con i miei coetanei: ragazzi e ragazze che vivono nei territori della Striscia di Gaza, un posto di fatto completamente lacerato da un conflitto che sembra non conoscere una fine. Ho questa scena in mente durante la quale mi reco a casa di questi ragazzi: da un momento all’altro la casa si riempie di fumo di sigaretta e di sonorità a me familiari. Le distanze si annullano, le diversità culturali anche e io mi sento più a mio agio che mai. Mi trovavo lì con un paio di ragazzi che mi sembrava di conoscere da sempre e pensavo a quanto mi sentissi a casa. Questa per me è stata la sensazione che ho provato e che mi sta spingendo a tornare lì, molto semplice mi verrebbe da dire, quasi elementare: amicizia, legami, connessioni. Life and Dreams of Youth in Gaza Strip è un mio personalissimo modo di documentare le storie e la quotidianità delle persone che ho incontrato, storie di resilienza e di resistenza. Per non parlare di realtà straordinarie che mi hanno lasciato piacevolmente colpito.

Per esempio?
Ho conosciuto una ragazza di nome Sondos, alla quale è stata data l’opportunità di esporre al Palais de Tokyo di Parigi nel 2024 insieme a un’altra artista di Gaza e due artisti algerini. Ammetto che non mi sarei mai aspettato un traguardo di questo genere, probabilmente perché influenzato da un pensiero oserei dire
stereotipato. Oppure ho incontrato questo ragazzo che ha studiato al Cairo e che poi ha fatto ritorno in Palestina, mosso dalla voglia di restare nonostante tutto. O ancora una ragazza che ha studiato per due anni in Georgia, a Tiblisi, per poi tornare a casa. Insomma, sono giovani adulti che alla fine, come tutti, cercano di
rincorrere i propri sogni, che cercano di crearsi una propria esistenza, di ritagliarsi il loro posto nel mondo nonostante il conflitto.

Come hai scelto i soggetti e i luoghi da ritrarre?
La verità è che mi faccio molto guidare dagli incontri. La società gazawa è in qualche modo una società chiusa su sé stessa. Da straniero devi muoverti con qualcuno e questo per me è stato possibile grazie alla Fondazione Vittorio Arrigoni, un centro di scambio culturale italo-palestinese. Loro mi hanno permesso di muovermi all’interno della città entrando in contatto con diverse realtà e con le persone che poi di fatto ho ritratto. Per esempio ho avuto la possibilità di essere accompagnato da un ragazzo che si fa chiamare “Nero”, lui è un pescatore e con il suo aiuto ho potuto passeggiare per il porto dove ho realizzato diversi scatti. Insomma, lo sforzo è stato quello di costruire delle relazioni e di cercare di entrare, senza forzare la mano, nella quotidianità e nell’intimità delle persone che volevo ritrarre. Mi è capitato anche che fossero loro stessi ad aprirsi a me, come genuina forma di accettazione dell’altro. La verità è che non voglio raccontare chissà quale realtà politica, vorrei invece mostrarti quali sono le persone più simili a me, chi sono i miei coetanei, come vivono, quali sono le loro ambizioni, i loro sogni.

C’è uno scatto in particolare che in qualche modo riassume la tua ricerca?
Sì, secondo me l’immagine che meglio rende l’idea è il ritratto di una ragazza che fuma il narghilè sul balcone di casa sua, insieme alle sue amiche. Un mio amico, Alam, ha chiesto alle sue vicine se avessero avuto piacere a passare una giornata insieme a me. Hanno accettato senza batter ciglio e questo mi ha permesso di entrare in uno spazio che era veramente loro, il loro fine giornata, la loro dimensione di relax dopo tutte le fatiche del giorno appena trascorso. Io cercavo quella foto, volevo un momento, volevo quel momento lì.

Hai notato delle reticenze da parte delle persone nell’accoglierti?
No, in realtà ti direi il contrario. Ho proprio trovato una comunità di persone estremamente accoglienti e molto ben predisposte a venire raccontate. Quando esponevo loro il mio progetto, raccoglievo sempre molto entusiasmo e curiosità.

Gaza è comunque un luogo molto vivo…
Sì lo è, è un posto molto vivo ma allo stesso tempo “distopico”, oserei dire. Molti luoghi sono qui. Penso per esempio a un caffè in particolare, i cui interni ricalcavano precisamente quelli di locali alla moda che troveresti in una delle tante capitali europee. Poi magari prendi la macchina e davanti agli occhi si palesa uno spettacolo raccapricciante: edifici bombardati, segni di mitra dovunque, manifesti che inneggiano alla guerra… Allo stesso tempo, duecento metri più in là hai l’Istituto francese il cui edificio ospita una sala concerti e una libreria piena zeppa di titoli, insomma un piccolo paradiso.

È come se ci fosse una sorta di cortocircuito?
Sì, esatto. La Striscia di Gaza è in qualche modo un caso unico nel suo genere. Per esempio, per entrare a Gaza City ho preso il taxi, il taxi ha poi fatto sosta all’autogrill. Lì abbiamo consumato rapidamente una ciambella e un caffè, di fatto un atto di straordinaria normalità: due persone che fanno colazione. Peccato
che a 500 metri più avanti ci fosse l’ingresso per entrare nella città e, oltrepassato il muro, la guerra. È senza dubbio un posto atipico. Non conosco altri territori nel mondo circoscritti, chiusi, delineati da un muro e dal mare. Lì le sorti sono decise da chi è al di fuori del muro, da Israele per l’appunto.

Da quello che racconti emerge molto la resilienza di questo popolo che si trova in un luogo di conflitto ma che in qualche modo deve farcela…
La vita alla fine deve andare avanti. La vita va avanti persino a Kyiv e lo stesso avviene a Gaza. La vita va avanti anche in mezzo alla tragedia.

Tu mi hai detto che nelle immagini cerchi la leggerezza, l’hai trovata?
Sì in qualche modo sì, l’ho trovata nelle persone alla fine, nei modi di questa gente che è per me veramente speciale.

Hai una fotografia preferita? A me personalmente piace molto lo scatto della ragazza di spalle che suona il piano
La protagonista di quello scatto si chiama Hala, lei è veramente un personaggio interessante. È una dentista di professione che si diletta anche nella pittura e nel disegno. È senza dubbio un’artista poliedrica e una delle persone che in assoluto mi hanno maggiormente interessato e affascinato. Un altro scatto di cui vorrei
parlarti è quello di una ragazza che indossa un vestito rosso sgargiante. La fotografia in sé è davvero uno scatto rubato, l’ho vista, l’ho scattata senza pensarci un attimo. Il contesto è questo resort che si chiama Bianco, a ridosso del confine israeliano. Un posto atipico dove i palestinesi - oserei dire benestanti - sono soliti passare il loro tempo, in special modo nel weekend. Vai in spiaggia e vedi letteralmente oltre il muro le industrie israeliane di Ashkelon. Sei in un posto di merda, la gente muore e lì è come se tutto questo non esistesse. Di colpo entri in una piccola storia auto raccontata in cui tutto è, apparentemente, perfetto.

Come speri che possa evolvere il tuo progetto e che direzione vorresti dargli?
Mi piacerebbe idealmente ritornare a dicembre, passare lì il Capodanno. Vorrei trascorrere dei periodi precisi ed entrare in questa vita e raccontarla il più possibile. Vorrei che ci fossero delle pubblicazioni, magari una mostra, un libro… chissà.


Articolo originale \ Original article: Vogue Italia, 5 settembre 2023